La Libia divisa
Obama ancora cerca il suo uomo a Bengasi per rovesciare Gheddafi
Ieri, nelle strade di Bengasi, c’è stata l’ennesima, grande manifestazione: la gente continua a chiedere la fine del regime di Muammar Gheddafi e del suo clan, il rais risponde con attacchi aerei e proposte (irricevibili) di pace. Ma i cortei si sono visti anche a Tripoli, a poca distanza dal quartier generale del rais: nella Piazza Verde centinaia di persone hanno scandito slogan contro Gheddafi, ma sono stati dispersi dalla polizia. di Rolla Scolari
21 AGO 20

La parte orientale della Libia si autogoverna ormai da settimane, eppure non è ancora emersa una leadership chiara fra i ribelli. A Tobruk, Derna, Beida, Bengasi, Ajdabiya e in tutte le città e nei villaggi dell’est, i cittadini hanno formato comitati locali, consigli civici e militari, costruiscono milizie e si confrontano con i generali che si sono ribellati a Gheddafi. I gruppi di accademici, gli attivisti, gli avvocati, i giudici e gli uomini d’affari si occupano della vita quotidiana, evitando che le città finiscano nel caos. Tuttavia, ancora manca una strategia chiara. La risposta all’attacco del rais contro la cittadina petrolifera di Brega, mercoledì, è stata efficace ma del tutto spontanea. La Casa Bianca ha contattato alcuni membri dell’opposizione e che è pronta a fornire aiuti ai ribelli. Gli sforzi degli Stati Uniti si scontrano con una realtà fluida sul terreno. Gli americani non riescono a capire con chi parlare, chi siano i leader della rivolta e quali siano i loro obiettivi. Nel tribunale di Bengasi, il quartiere generale degli insorti, e negli altri centri dell’est, ci sono molte persone da incontrare, ma nessun leader con cui trattare.
Gheddafi sfrutta la situazione. Ieri le sue truppe hanno cercato di riprendere al Zawiyah, che si trova a trecento chilometri da Tripoli. Al Jazeera, che non simpatizza certo per il rais, dice che “i soldati hanno aperto il fuoco contro i manifestanti e si contano molte vittime”. Quello che non racconta è che in strada si scontrano due eserciti, perché la guerra civile è già cominciata. Ci sono stati combattimenti anche a Ras Lanuf, uno snodo del petrolio nel Golfo di Sirte, dove i soldati di Gheddafi avrebbero ucciso almeno venti uomini di una tribù ribelle. A Bengasi sono stati bombardati alcuni arsenali.
Pochi giorni fa, l’ex ministro della Giustizia di Gheddafi, che ha lasciato il governo all’inizio della protesta, si è proposto come leader della transizione e ha annunciato la nascita di un governo provvisorio della “Libia liberata”. Mustafa Abdul Jalil, capo del comitato di Baida, ha le credenziali per ricevere l’appoggio della popolazione – è noto per aver criticato il colonnello anche in passato, prima della rivoluzione – ma la sua mossa non ha trovato tutti d’accordo. Anzi, ha mostrato la prima crepa nella composizione dell’opposizione.
Un altro uomo che potrebbe diventare centrale in questi giorni di combattimenti e di trattative è il leader del nuovo comitato militare di Bengasi, Abdel Fattah Younes, un ex generale dell’esercito che è stato ministro dell’Interno e ha abbandonato Gheddafi il 22 febbraio. La popolazione ha apprezzato le sue dimissioni, ma Younes pare troppo compromesso con il regime per poter essere accettato all’unanimità dalle forze vive della protesta. Tuttavia il generale è stato già individuato dagli osservatori internazionali come possibile attore nel futuro della Libia: il responsabile degli Esteri britannico, William Hague, ha già parlato al lungo al telefono con lui. Come Roma, Washington e Parigi, anche Londra in queste ore sta cercando di capire con chi comunicare nella nuova Libia.
Alcuni diplomatici che nelle scorse settimane hanno preso le distanze dal governo – come l’ambasciatore a Washington, Ali Suleiman Aujali, e il vice ambasciatore alle Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi – conoscono bene i corridoi del potere internazionale e possono svolgere il ruolo di mediatori in questa fase complicata. Sul terreno, però, sono altri ad avere il controllo della situazione, come gli sconosciuti membri della classe saliti alla ribalta durante i giorni della protesta e degli scontri. Come Iman Bugaighis, una portavoce del consiglio rivoluzionario, che oggi incontra i giornalisti e auspica di avere presto contatti con le potenze straniere.
Nei suoi 42 anni al potere, Gheddafi ha annientato la vita sociale del paese, soffocando ogni iniziativa privata. Gli uomini che oggi siedono nei comitati cittadini sono noti a livello locale, ma sconosciuti a livello nazionale. La mancanza di un interlocutore credibile a diverse settimane dall’inizio della rivolta preoccupa i paesi europei quanto gli Stati Uniti, che ora temono l’infiltrazione dei terroristi fra i ribelli. “Una delle maggiori paure è che la Libia discenda nel caos e diventi un’altra grande Somalia”, ha ricordato il segretario di stato americano, Hillary Clinton.
di Rolla Scolari